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09/02/2017, 16:23



Il-dono-di-un-cuore-in-fiamme:-i-ragazzi-dello-"Spedalieri"-10-anni-dopo,-LaSicilia-02.02.17


 



Si torna a parlare di emergenza educativa. Lo si fece anche nel 2007, allo "Spedalieri" di Catania, dopo l’omicidio dell’ispettore Raciti. La parola ai giovani di allora.


di GIUSEPPE DI FAZIO

L’orologio della storia sembra essere tornato indietro. Di dieci anni, al mese di febbraio del 2007. Oggi, come allora, i maggiori quotidiani invocano una grande alleanza "per riprendere come emergenza nazionale il tema dell’educazione, e sottoporre a una critica di massa la cultura del narcisismo" (Antonio Polito sul Corriere della Sera). Oggi, nel Ferrarese, un ragazzo sedicenne fa uccidere da un amico i propri genitori. Allora, a Catania, due giovani provocarono la morte di un poliziotto durante un derby di calcio e molti loro coetanei scatenarono una battaglia contro le forze dell’ordine, apparentemente senza motivo.
Oggi Antonio Polito, Ernesto Galli della Loggia e Susanna Tamaro, solo per fare alcuni nomi, ci ricordano che l’epicentro dello scontro generazionale è la scuola. Allora furono il filosofo e giurista Pietro Barcellona e gli studenti del liceo "Spedalieri" a raddrizzare il tiro del dibattito: l’uno rilevando che i fatti del "Massimino" non erano una questione di ordine pubblico, ma educativa, perché "si gioca con la morte quando la vita non vale niente" e gli altri lanciando un appello ai docenti e al mondo degli adulti; appello che fece ben presto il giro d’Italia, ma che rimase in gran parte inascoltato. "Abbiamo bisogno - scrivevano quei giovani - di qualcuno che non censuri la nostra domanda di felicità e di verità. Non accada che un ragazzo perda il gusto del vivere perché a scuola s’è trovato educatori rassegnati e vuoti".
Eppure oggi non è come ieri, non sono passati appena dieci anni: è cambiata un’epoca. I giovani, ribelli, insofferenti o ideologizzati di allora, sono oggi ragazzi da divano, incollati allo smartphone da cui non si staccano neanche la notte.
Quei ragazzi, allora, trovarono pochi adulti disposti a prendere sul serio il loro grido. Ma li trovarono: alcuni insegnanti, alcuni genitori e lo stesso Pietro Barcellona. Proprio con Barcellona gli studenti organizzarono un’affollatissima assemblea d’istituto in un cinema cittadino. In prima linea c’erano Fabio Lo Schiavo, allora 17enne e amante della musica che presiedette l’assemblea pubblica degli studenti e ne portò le istanze al ministro dell’Istruzione Fioroni; Ilenia Vasta, 18enne rivoluzionaria col mito di Che Guevara che avrebbe guidato una mostra sui fatti di Catania al Meeting di Rimini; Salvo Lussi, 16enne, rastafariano e militante di Rifondazione; e Johnny Tedeschi, a cui, fino a quel momento, interessava solo giocare a pallone.
Dieci anni dopo abbiamo incontrato quei ragazzi per discutere con loro del presente, rileggere gli avvenimenti di cui furono protagonisti e valutare la tenuta della domanda di cui si erano fatti portatori.
Ma prima di cedere loro la parola, diciamo qualcosa di quello che hanno vissuto in questo decennio, di come è cambiata la loro vita. Il fatto che ancora oggi li accomuna, pur dentro una diversità di situazioni umane che vivono, è l’interesse per la propria vita e per la questione educativa. Tutti e quattro, chi attraverso la comunità di Sant’Egidio, chi attraverso Comunione e liberazione o l’Associazione Cappuccini, hanno mantenuto aperta l’attenzione su se stessi e sulla realtà e svolgono azione di volontariato nei quartieri disagiati a contatto con la povertà e con gli studenti.
L’altro elemento comune è dato dalle prove a cui la vita in questi anni li ha costretti. Sono giovani che vengono dal liceo classico, ma non da famiglie dell’alta borghesia. Per mantenersi negli studi universitari hanno dovuto anche lavorare, la sera o nel fine settimana. Ilenia è stata cameriera in un ristorante, commessa in una gioielleria, dama di compagnia di una signora anziana, segretaria in uno studio legale. E, alternando studio e lavoro, è riuscita a laurearsi in giurisprudenza e a conseguire la specializzazione per le professioni legali. Fabio, che sta per conseguire la laurea specialistica in filosofia, è stato anche lui cameriere in una pizzeria e animatore di eventi. Salvo, iscritto a giurisprudenza, alterna la frequenza alle lezioni con un lavoro segretariale in uno studio legale. Johnny, infine, che è già "dottore" in scienze motorie e oggi fa l’istruttore in una scuola calcio e il docente di educazione fisica in una scuola di formazione professionale, durante gli anni universitari ha svolto il lavoro di muratore. Qual era il disagio da cui prese le mosse la vostra iniziativa e scaturì il vostro appello?Ilenia: "Nei giorni successivi ai tafferugli in città e all’uccisione dell’ispettore Raciti nel nostro liceo si tenne un’assemblea autogestita in cui si parlò di tutto (dagli infissi rotti ai bagni in pessime condizioni) ma non della tragedia accaduta in città e degli scontri in cui, peraltro, erano stati coinvolti anche alcuni nostri compagni. Io e alcuni miei amici cominciammo a porre la questione in classe. Ma i prof ci zittirono subito, invitandoci a non perdere tempo in chiacchiere perché dovevamo finire il programma. Eppure avvertivamo una ferita dentro e quello che studiavamo non ci aiutava a leggere la realtà. Fu così che ci ritrovammo a discuterne alcuni studenti e una insegnante. Altri poi si aggregarono e nacque l’idea di stilare un documento. Così nacque l’appello degli studenti del liceo Spedalieri".Salvo: "Allora non ero in prima fila. Avevo solo 16 anni, viaggiavo ogni giorno da Scordia, ma avevo dentro alcune domande che mi fecero trovare subito in sintonia con quei compagni e con quell’insegnante. Quegli amici non li ho lasciati più".  Nel vostro appello del 2007 scrivevate di aver bisogno di qualcuno che non censurasse la vostra domanda di felicità e verità. Cosa ha rappresentato per voi, allora e in seguito, il rapporto con Pietro Barcellona?Johnny: "Osservavo molto, e giocavo a fare la rivoluzione. Mi colpì subito il fatto di trovare un adulto che ci era amico. Capii che la domanda di cui eravamo portatori non era solo l’espressione giovanile di ragazzi che volevano fare i rivoluzionari. Ricordo ancora l’assemblea pubblica. Barcellona ci disse di approfondire nello studio e nella vita la ricerca di una risposta alla nostra domanda. Ma soprattutto mi colpì che lui aveva lo stesso desiderio nostro. Anzi, più grande. Da quel primo incontro nacque tra noi e lui un’amicizia che è durata fino alla sua morte nel 2013". 
Fabio: "Barcellona mi disse che per non parlare a vanvera dovevo studiare. E non smettere mai di cercare. Ho sempre avuto domande grandi. Ma col tempo ho visto che ognuno a quelle domande deve imparare a rispondere nella concretezza della vita. E quelle domande non sono solo mie, che studio filosofia, ma sono anche dei poveri che incontro, degli immigrati, di ogni persona. E quando l’esistenza non trova spessore nelle risposte a quelle domande, essa diventa vuota. In fondo l’edonismo di oggi è coerente con quello che la società dei consumi ci propone". L’appello dello "Spedalieri" racchiudeva un grido d’aiuto agli adulti. Se ne accorse persino Papa Benedetto che disse ai vescovi siciliani di non lasciar cadere nel vuoto la vostra domanda. Ma per voi, oggi che siete entrati nell’età adulta, quella questione è ancora attuale?Ilenia:  "In quell’occasione ho incontrato qualcosa e qualcuno che mi ha fornito un’ipotesi di significato che negli anni successivi è divenuta più concreta. La domanda, con gli anni, è cresciuta, ed è cresciuta a mano a mano che ho avuto piccole risposte. Ho imparato ad avere uno sguardo positivo sulla realtà. Posso dire che quella domanda mi ha salvato la vita: mi sono laureata e conto di sposarmi presto in forza di quella ricerca di significato".Fabio: "All’inizio degli anni universitari vivevo la domanda contenuta nell’Appello come una questione teorica, sentimentale. Oggi, invece, ho scoperto una attualità, in ciò che vivo. Anche quando porto il panino ai bambini dei quartieri disagiati il dato concreto di quella ricerca interiore lo ritrovo in me e in loro. Ecco, direi che oggi quella domanda la vivo più serenamente, nella vita pratica". In questi dieci anni vi siete ritrovati in mare aperto ad affrontare la vita. Come l’esperienza vissuta negli anni del liceo vi ha aiutato a non affogare nei problemi?Ilenia: "Allora denunciavamo un vuoto di domanda, una posizione di opportunismo e di rassegnazione. Alcuni adulti ci dicevano che le nostre questioni erano un gioco adolescenziale. Negli anni, fino ad ora, ho continuato a trovarmi accanto persone che cercano solo il proprio tornaconto. Ma quelle domande non erano illusioni. In quella occasione ho potuto sperimentare, nel rapporto con Barcellona o con una mia insegnante, che poteva esistere un’amicizia per la vita e la mia sete di giustizia è aumentata. Oggi, come allora, nelle situazioni in cui mi ritrovo, vedo persone rassegnate. Ma io non posso rassegnarmi: mi si accendono subito le antenne e non smetto di cercare compagni di cammino che vivano all’altezza di questa domanda".Fabio: "L’appello partiva dal fatto che non si vive solo di indignazione. L’educazione è ricerca nella vita delle cose vere. Oggi vorrei fare il prof. Ho il desiderio non solo di insegnare le mie materie, storia e filosofia, ma anche di essere compagno di cammino dei miei allievi. Coi bambini della Scuola della pace, dove faccio volontariato, ho imparato che devi prendere i ragazzi sul serio, uno per uno. Devi ascoltare le loro domande. Devi farti carico dei loro problemi. Devi rispettare la loro religione o cultura di origine. Devi interessarti all’altro e accoglierlo. E questo mi ricorda molto ciò che chiedevamo noi nell’Appello. Perché all’origine di noi c’è una domanda, una esigenza fondamentale, insopprimibile".  ...e come l’esperienza di allora vi aiuta a guardare agli studenti di oggi?
Salvo: "Nella mia attività di volontariato al quartiere Cappuccini di Catania accompagno alcuni ragazzi nello studio. La difficoltà più grande che vedo in loro è a stare nella realtà. Confondono il mondo virtuale con quello reale. Sono iperattivi. Vogliono tutto e subito. Sto provando a offrire loro una compagnia, a guardarli come portatori di una comune dignità, consapevole che aspirano alla felicità, come me. Un giorno sono andato a casa di un ragazzo problematico, orfano di padre, che doveva prepararsi per gli esami. Siccome doveva studiare anche musica, ho portato con me un cd con brani di Chopin, che abbiamo cercato di ascoltare insieme. Poi gli ho letto un brano di Chopin che diceva: ’La tristezza mi ha preso, perché? Neppure la musica oggi mi consola (...),non so cosa mi manca’. Il ragazzo mi ascoltava e in quei momenti era come se lo strappassi al suo nulla. Oggi, come ieri, c’è bisogno di persone che possano testimoniare un fuoco capace di infiammare il cuore".Johnny: "Con alcuni ragazzi del quartiere dove svolgo il mio volontariato è accaduta di recente la stessa dinamica di 10 anni fa. Li aiutavo a studiare e loro dicevano ’Che palle, noi vogliamo solo divertirci’. Li ho invitati un pomeriggio a discuterne. Mi dicevano: ’Che senso ha studiare se non c’è lavoro?’ Oppure: ’Un ragazzo ha ucciso i suoi genitori? Beh, tanto prima o poi dovevano morire...’. Per loro tutto accade su Fb. La realtà non esiste. Ma una volta che ho percepito questo vuoto, mi sono ricordato anche che chi ha aiutato me, non ha preteso di riempire il mio vuoto, ma mi ha ascoltato, mi ha offerto un’ipotesi e mi è stato compagno di cammino. Ecco anche questi miei giovani amici hanno bisogno di qualcuno che li ascolti, che li aiuti a trovare un senso alla loro vita. Come forse ne avevano (e ne hanno) bisogno Riccardo e Manuel, i ragazzi dell’omicidio di Ferrara".

Giuseppe Di Fazio
La Sicilia 02.02.17

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