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10/01/2017, 17:37



Betlemme-la-gabbia-dell’odio-il-cantiere-del-dialogo,-LaSicilia-09.01.16


 



BETLEMME LA GABBIA DELL’ODIO, IL CANTIERE DEL DIALOGO
di Giuseppe Di Fazio

Betlemme è ormai una grande gabbia, circondata e rinchiusa da un muro che mette angoscia. Per entrare nella città che vide la nascita del Bambino Gesù, turisti pellegrini e palestinesi devono attraversare il check point, operazione che talora comporta attese esasperanti. Una volta superato il varco sembra di essere in un recinto senza vie di fuga. Ne sanno qualcosa quegli abitanti della città, per la maggior parte arabi, che a motivo del lavoro devono affrontare ogni giorno l’odissea verso Gerusalemme. In linea d’aria si tratta di poche decine di chilometri. Ma in queste condizioni diventa un viaggio faticoso. Israele giustifica la politica del pugno duro con gravi motivi di sicurezza, l’attentato di ieri a Gerusalemme docet. E pensa di tutelare i propri cittadini occupando spazi sempre nuovi nel territorio "nemico" e costruendo barriere invalicabili. Ma le barriere fisiche diventano facilmente anche barriere mentali e rinfocolano, come si è visto ieri, l’odio e il fondamentalismo.

LA RINASCITA DEI FONDAMENTALISMI 
Da una parte, infatti, le condizioni di difficoltà, quando non di vera e propria oppressione, del popolo palestinese rendono più attraente il richiamo dell’Isis, e l’istigazione a colpire il nemico israeliano diventa un virus nelle menti dei giovani. Dall’altra, la politica israeliana del pugno duro, come unico strumento di difesa, favorisce lo sviluppo di un radicalismo ebraico. Proprio in questi giorni si moltiplicano a Tel Aviv le manifestazioni dei gruppi fondamentalisti israeliani che contestano la condanna del soldato Elor Azaria reo di aver sparato, uccidendolo, a un palestinese ferito e inerme. A pagare il prezzo più alto di questo clima di odio nel Medio Oriente sono oggi anche, e soprattutto, i cristiani. Il neo amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, il francescano Pierbattista Pizzaballa, ha detto che sui cristiani in questa regione si sta consumando una "com - pleta tragedia". Essi, infatti, subiscono una violenza senza fine da parte dei gruppi fondamentalisti islamici in Siria, in alcune zone dell’Iraq, della Libia e dell’Egitto, ma sono anche costretti alla fuga di massa dalla Palestina per le condizioni di povertà in cui si trovano a vivere. Con la conseguenza pratica che nei luoghi in cui è nato ed è vissuto Gesù i cristiani sono oggi una razza in via di estinzione. Negli ultimi anni anche i pellegrinaggi, risorsa vitale per l’economia della Terrasanta, sono calati drasticamente. Nel 2015 il calo più vistoso: - 28% di presenze rispetto all’anno precedente. Eppure in questa sperduta periferia del mondo dove è nato il Messia, in un contesto politico ed economico quasi disperato, sta accadendo un piccolo miracolo: la Basilica della Natività - nel 2002 assediata per un mese dall’esercito israeliano con i militanti palestinesi asserragliati dentro e i frati prigionieri - è oggi un grande cantiere.
Sembra di assistere ai lavori di costruzione delle grandi cattedrali medievali, in cui protagonista era un piccolo popolo e si poteva vedere lavorare fianco a fianco l’artigiano, il muratore, il mosaicista, il falegname. Qui di persone che stanno lavorando all’impre - sa, con vari ruoli e specialità, se ne contano 170. A lanciare un bando internazionale per il restauro della Basilica, nel 2013, è stata l’Autorità Nazionale Palestinese con il coinvolgimento - fatto unico nella storia degli ultimi secoli - delle tre confessioni che custodiscono la Natività: greco-ortodossi, armeni e cattolici latini. La Basilica di Betlemme è uno dei pochissimi luoghi di culto cristiani che sia uscito intatto da guerre, assedi, terremoti. Ma rischiava, paradossalmente, la distruzione per l’incuria, determinata dall’impossibilità del dialogo e dell’accordo fra le varie confessioni cristiane sugli interventi da fare. Così, a poco a poco, il tetto della Basilica cominciava ad avere crepe sempre più larghe, ad ogni violento temporale la chiesa si allagava e i preziosi mosaici che ricoprivano tutta la volta subivano danni irreparabili. I lavori di restauro, condotti da una impresa italiana -la ditta Piacenti di Prato - sono a buon punto e dovrebbero concludersi nell’autunno di quest’anno. Il tetto è stato già restaurato integralmente, nel rispetto dei materiali e delle tecniche utilizzati dalla carpenteria bizantina che hanno resistito a ben 15 terremoti. Oggi gli artigiani, i tecnici, gli storici dell’arte e gli ingegneri impegnati nel grande restauro sono al lavoro per riportare allo splendore originario i mosaici realizzati nel periodo crociato (all’incirca fra il 1160 e il 1169). Il lavoro compiuto è impressionante: quasi un milione e mezzo di tessere sono state analizzate e mappate.

IL SETTIMO ANGELO 
L’ingresso alla Basilica avviene attraverso dalla porta dell’Umiltà, alta circa un metro e venti centimetri, che richiede al pellegrino di inchinarsi per attraversarla e che in passato impediva ai turchi di entrare in chiesa col cavallo. Una volta dentro, le impalcature dei lavori in corso rendono difficoltosa una visione d’insieme. Tra un varco e l’altro, però, è possibile osservare i mosaici già restaurati, come ad esempio la processione degli angeli. Ne erano sopravvissuti solo sei. Ma, durante i lavori, ne è venuto alla luce un settimo, coperto da intonaco fin dal 1840. Come gli altri sei, anche il settimo angelo presenta un’ala abbassata e una in posizione di volo, la sua testa tocca l’oro del cielo, mentre i piedi sono già a contatto col suolo. L’eterno e il tempo si toccano, come nell’evento della nascita del Dio-Bambino, documentato dalla grotta custodita sotto la Basilica. Papa Francesco, informato della scoperta, vi ha letto una analogia con la vita della chiesa oggi. «Anche il volto delle nostre comunità ecclesiali - ha detto - può essere coperto da "incrostazioni" dovute ai diversi problemi e ai peccati». E ha aggiunto: «La vostra opera deve essere sempre guidata dalla certezza che sotto le incrostazioni materiali e morali, anche sotto le lacrime e il sangue provocati dalla guerra, dalla violenza e dalla persecuzione, sotto questo strato che sembra impenetrabile c’è un volto luminoso come quello dell’angelo del mosaico». Il caso Betlemme, allora, diviene il paradigma della battaglia decisiva che si sta combattendo in tutta l’area mediorientale e nel mondo. Da un lato si rischia di creare tanti ghetti da controllare con la forza militare. E, dall’altro, c’è la possibilità di aprire un cantiere del dialogo, della pace e dello sviluppo. 

Giuseppe Di Fazio
La Sicilia 09.01.17





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