YouTube-logo-full_color
b-3
07/11/2016, 12:25



Sicilia-in-frantumi,-chi-ricostruisce-la-casa-comune?-LaSicilia-06.11.16


 



"La solidarietà non si prescrive per legge o imponendo lo studio dell’educazione civica, si vive piuttosto come esito della coscienza della propria precarietà e come sovrabbondanza di una amicizia o di una positività gustate."

Riportiamo di seguito l’editoriale apparso ieri su La Sicilia scritto da Giuseppe Di Fazio.

È come se fossimo in guerra». Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa divenuto l’emblema della Sicilia impegnata e solidale, non si riferisce al mondo lontano, sta parlando dell’emergenza quotidiana che si trova ad affrontare nella sua isola: «In 25 anni - sostiene - abbiamo visitato, soccorso, medicato quasi trecentomila persone». Sono parole che troviamo nel libro "Lacrime di sale", scritto in collaborazione con la giornalista Lidia Tilotta, ma che Bartolo ci ha ripetuto durante la sua visita alla redazione del nostro giornale. Quelle parole ci invitano e ci aiutano a guardare con realismo all’emergenza Sicilia che questo giornale sta cercando di raccontare: a quella degli sbarchi dei migranti certo, ma anche a quella degli imprenditori che si suicidano perché finiti sotto le grinfie degli strozzini, a quella dei rifiuti che deturpano città e ambiente, a quella delle opere pubbliche ferme da anni, a quella dei ragazzi di periferia che ancora non possono andare a scuola perché la burocrazia regionale non ha fatto partire i corsi di formazione. Il coraggio e la passione del medico di Lampedusa, che ci confida di sentirsi un po’ catanese per avere compiuto nella nostra città i suoi studi universitari e la specializzazione in ginecologia, aprono un varco alla comprensione dei drammi della nostra terra. Anzitutto la sua esperienza di uomo di mare, figlio di pescatori, con alle spalle un naufragio patito in età giovanile (dopo alcune ore in balìa delle onde venne salvato da suo padre) ci fa capire che la solidarietà può attecchire solo là dove c’è la consapevolezza della propria fragilità e del bene ricevuto. Si possono accogliere gli immigrati, come fa Bartolo, perché li si avverte compagni nell’avventura umana. Allo stesso modo, il medico lampedusano s’è battuto con successo per far nascere nell’isola una struttura per bambini disabili psichici. L’ha fatto, ci ha confidato, perché voleva evitare che si consumassero ancora drammi, come quello di un suo fratello trasferito da bambino nell’ex manicomio di Agrigento. La solidarietà non si prescrive per legge o imponendo lo studio dell’educazione civica, si vive piuttosto come esito della coscienza della propria precarietà e come sovrabbondanza di una amicizia o di una positività gustate. Si potrebbe dire che essa si comunica per contagio. Venendo a contatto con storie come quella di Bartolo. O come quelle di alcuni educatori impegnati in prima linea nelle periferie siciliane perché nessuno dei ragazzi che lì vivono si perda. Abbiamo raccontato su queste pagine di giovani di quartieri a rischio e con situazioni familiari difficili che, una volta incontrati educatori che li hanno saputo comprendere e aiutare, sono divenuti essi stessi tutor positivi per i loro compagni. C’è una seconda lezione che l’esperienza del dottor Bartolo ci offre: l’attenzione all’altro visto come un fratello e non come un nemico, può diventare presto impegno per la vita comune. Così questo medico che per anni ha lavorato da solo a soccorrere i migranti, curandoli uno per uno, oggi sogna, e siamo convinti che riuscirà a portare a termine il suo progetto, di creare un "centro di medicina umanitaria e delle immigrazioni". Per ricostruire la nostra Isola, così come per ricostruire il Paese -quello devastato dal terremoto e quello distrutto dalla miseria o dall’imperizia degli uomini - c’è bisogno anzitutto di riscoprire quel senso della vita comune e della solidarietà che Pietro Bartolo e i terremotati del Centro Italia, ciascuno a proprio modo, ci stanno offrendo. Sta a noi raccogliere la loro testimonianza e, come ha scritto Domenico Tempio su queste colonne, rimboccarci le maniche e metterci al lavoro.

Giuseppe Di Fazio
Editoriale de LaSicilia 06.11.16


1
Create a website