YouTube-logo-full_color
b-3
30/08/2016, 00:47



Se-l’altro-è-un-bene-per-noi,-LaSicilia-19.08.16


 



SE L’ALTRO E’ UN BENE PER NOI 
di Giuseppe Di Fazio 

Le porte delle nostre case sono spesso blindate. Le auto hanno l’antifurto satellitare. Se posteggiamo la bicicletta abbiamo cura di bloccarla con una catena. I nostri computer sono dotati di sistema antihacker. All’aeroporto o ai traghetti ci sottoponiamo a file, talora asfissianti, per motivi di sicurezza. Navi da guerra pattugliano le nostre coste per proteggerci da invasioni di massa o da minacce terroristiche e salvare migranti in fuga da guerra e povertà. Viviamo nella paura e nella solitudine. L’altro, dal vicino di casa allo straniero, è ormai un potenziale nemico. Nel nostro universo culturale la parola prossimo è scomparsa. Peggio, per dirla con un’espressione dello psicoterapeuta Luigi Zoja, "il prossimo è morto". In questo clima culturale ci siamo costruiti il mito dell’autorealizzazione. Non a caso l’emblema dell’uomo occidentale del nostro tempo è Narciso: autoreferenziale e impaurito. "Il narcisista - come notano acutamente Mauro Magatti e Chiara Giaccardi nel loro Manifesto per la società dei liberi - è un uomo che ha paura: il mondo là fuori (...) rappresenta in verità una minaccia, un’incognita che si preferisce non affrontare". Ecco perché dedichiamo molto del nostro tempo a costruire muri, ad alzare ponti levatoi, a mettere filo spinato alle frontiere: per fermare gli stranieri, per tenere a debita distanza i vicini. Per essere, a nostro modo, "liberi", sicuri. Virtualmente siamo sempre connessi e possiamo dire di avere molti amici. Ma nella realtà siamo sempre più soli. Nei ricordi della mia infanzia, vissuta in un paesino della Sicilia agricola e barocca, è rimasta l’immagine di un barbone, che viveva di elemosine in una casa semidiroccata a poche decine di metri dall’abitazione della mia famiglia. Il barbone si chiamava Mariano ed era amico di tutti. Per una naturale tendenza alla solidarietà, tipica del nostro popolo, le famiglie del quartiere avevano adottato il barbone e provvedevano a fornirgli il cibo per vivere. Ma la pratica più singolare era quella che accadeva una volta a settimana, quando alcune mamme pulivano la barba del poveretto con acqua e camomilla, e lo facevano con la stessa cura con cui accudivano i loro bambini. Quel ricordo  richiama una scena dell’ Albero degli zoccoli di Ermanno Olmi in cui alcune famiglie povere della Bergamasca tenevano sempre un posto a tavola per l’ospite inatteso. Sono due episodi che esprimono bene l’idea, oggi rivoluzionaria, di una cultura che considera l’altro come una opportunità, una risorsa, un bene per noi. Come se non si potesse vivere solo di autoreferenzialità, ripiegati su noi stessi. Perché è la natura stessa che ci dice che la nostra esistenza postula l’altro. Non ci siamo fatti da noi, non veniamo dal nulla. Il nostro "io" non si è autoprodotto, ma è frutto di relazioni. Persino la nostra identità cresce nel paragone con la realtà esterna e con ciò che è diverso da noi. L’altro allora, come dice bene il titolo del Meeting di Rimini di quest’anno, è un bene. Non è un pericolo da allontanare o un oggetto da sfruttare. E’un’opportunità. Nel paragone con l’altro noi comprendiamo di più noi stessi. Questa concezione dell’altro quando storicamente è stata sperimentata ha sempre dato frutti rivoluzionari. Come quando i Grandi d’Europa (Schuman, De Gasperi, Adenauer), usciti dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, scelsero di far prevalere sull’odio le ragioni del dialogo e della solidarietà, mettendo le basi per la nascita dell’Unione europea. O come quando i grandi nemici Togliatti (Pci) e De Gasperi (Dc) concordarono sull’amnistia per i crimini del fascismo e decisero di porre le basi per l’unità culturale del Paese attraverso i lavori di una Assemblea costituente espressione delle diverse anime della società italiana. Come ha ricordato il presidente Mattarella anche oggi l’unica possibilità di un futuro migliore risiede nella disponibilità a ricercare le vie del dialogo e della solidarietà, cioè a considerare l’altro come una possibilità di bene.

(La Sicilia, 19 agosto 2016, pag.1)


1
Create a website