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31/12/2015, 17:43



"La-bellezza-salverà-la-Sicilia",-LaSicilia-31.12.15


 



Pubblichiamo di seguito un articolo apparso oggi sul quotidiano La Sicilia, che racconta l’esperienza di bellezza vissuta durante lo spettacolo natalizio organizzato dall’Associazione Cappuccini per tutte le famiglie del quartiere.

31 dicembre 2015
di Giuseppe di Fazio
Anthony e Gloria cantano in siciliano e inglese inni natalizi sul palco di un teatrino di via Forlanini, nel cuore del quartiere Cappuccini a Catania. Con loro un piccolo coro di ragazzini delle elementari e medie del quartiere e un coro professionale di giovani universitari diretti da un maestro di fama. Anthony, che frequenta la prima media, è un bambino tipico del quartiere: cresciuto prima del tempo, dotato di grande capacità di ironia, temprato dalle difficoltà che la sua famiglia si trova ad affrontare. Gloria è una ragazzina di origine tunisina, frequenta la scuola media, ama la musica. Anthony, Gloria e i loro piccoli amici si sono esibiti davanti a tante famiglie del quartiere. Papà, mamme, nonni affascinati dalla bella musica, anche se non capivano il significato delle parole straniere, e orgogliosi dei loro bambini. Alla fine, dopo un piccolo rinfresco, emergono nelle famiglie del quartiere presenti due aspetti significativi: la spontanea mobilitazione per rimettere ordine e pulizia nel teatro e nel cortile dove si erano esibiti i ragazzi e il desiderio di non arrendersi, nonostante la dura realtà lavorativa e abitativa. Tornano alla mente le parole di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978: «Se si insegnasse la bellezza alla gente la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà». L’esperienza della bellezza o l’educazione ad essa, come mostra anche quello spettacolino di quartiere nato dentro un’azione di volontariato educativo che dura da 20 anni, può effettivamente sconfiggere la rassegnazione e la paura, e - in un orizzonte più largo - può anche rimettere in moto una terra alla deriva, senza lavoro, senza infrastrutture, e, tra poco, senza più giovani. Quando parliamo di "bellezza" non ci riferiamo certo alla banalizzazione che ne ha fatto il presidente Crocetta nella risposta all’infelice espressione usata da Vecchioni ("Sicilia, isola di merda"). Non si può, infatti, rispondere a chi ti dice che qui non funziona nulla, sostenendo che, comunque, abbiamo il sole, il mare e a dicembre possiamo tuffarci in acqua. Per fare il bagno a dicembre, se fosse solo questo il problema, si potrebbe andare anche in Gambia. La bellezza a cui ci stiamo riferendo ha, piuttosto, a che fare con l’opera dell’uomo, con la sua genialità artistica o umana: è come un fiore di ginestra che nasce sul terreno lavico, o come un gesto di gratuità in una persona cresciuta nella cultura della violenza e dell’odio. In un’intervista al nostro giornale concessa nell’autunno del 2006, pochi giorni prima della sua morte prematura, l’arcivescovo di Monreale Aldo Naro spiegava perché, a sua avviso, l’unica arma rimasta in mano ai siciliani fosse proprio la bellezza: «La bellezza - egli ci disse, riprendendo una poesia di David Maria Turoldo - salverà la Sicilia». Naro non era uno sprovveduto: conosceva la storia della Sicilia come pochi, ed esercitava la sua azione pastorale nelle terre conosciute come la roccaforte della mafia. Eppure insisteva sulla bellezza: delle opere d’arte(da questo punto di vista il Duomo di Monreale è un libro aperto capace di risvegliare i cuori e le menti anche dei più emarginati) e della testimonianza degli uomini. Il problema principale, infatti, per disporsi a lottare o risolvere i mali dell’Isola è proporre qualcosa che possa svegliare il torpore dei siciliani, che sia in grado di ridestare la speranza e di rimettere in moto l’energia del cuore. Fino a quando, invece, a prevalere sono la rassegnazione o la rabbia non c’è possibilità di cambiare la situazione: manca l’energia stessa per stare di fronte ai problemi. Un’obiezione nasce spontanea rispetto a questa impostazione. La bellezza non cambia "automaticamente" il mondo. L’esistenza a Monreale di un Duomo che è universalmente riconosciuto come una delle meraviglie del mondo e la presenza di molte figure di santi contemporanei non ha impedito che in quelle zone mettesse radici e si sviluppasse una cultura mafiosa. Su questo tema viene in nostro soccorso il recente dibattito tenutosi a Catania sul libro "La bellezza disarmata" di Julián Carrón. In quella sede, il sacerdote spagnolo successore di don Giussani alla guida di Cl insisteva sul fatto che la verità non può essere imposta, ma deve misurarsi continuamente con la libertà. Senza un sì libero, la verità non si propaga. Ecco perché il cristianesimo,a differenza dell’Islam, esige che ogni nuova generazione, ma si potrebbe dire ogni persona, è chiamata a verificare la bontà del messaggio ricevuto e a farlo proprio liberamente. Non basta, quindi, che la verità sia proclamata e risplenda,tanto meno che sia imposta per legge: occorre che il cuore dell’uomo l’accolga. Perché, dunque, proprio la bellezza può essere la chiave di volta di un cambiamento? Perché essa è capace di sollecitare la libertà dell’uomo in modo persuasivo. Un precetto, per quanto vero e giusto, genera spesso un rifiuto. Una testimonianza artistica o umana bella genera in chi la guarda istintivamente un fascino e mobilita la ragione a cercare l’origine di quella novità e a cercare di modificare la realtà. Quei papà del quartiere Cappuccini con la ramazza in mano sono l’esempio di come una cosa bella possa risvegliare e mobilitare l’umano. Come scriveva Albert Camus, «la bellezza pura è il pane del cuore». Senza questo pane gli uomini facilmente sono disposti a barattare la verità con il quieto vivere. Provate, invece, a far incontrare i ragazzi delle nostre periferie con un’opera d’arte degna di questo nome, con un testimone vivente di valori umani o religiosi e sperimenterete che si accenderà in loro un desiderio che può condurli ad affrontare il sacrificio di cambiare la loro vita e la loro terra.


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